Ho assistito con grande interesse a un programma televisivo trasmesso alcuni giorni fa. Il tema era il ruolo della propaganda allo scoppio della prima guerra mondiale.
Fa specie, veramente impressione, osservare nei vecchi filmati di allora, masse enormi di persone felici, letteralmente entusiaste, alla notizia dell'inizio del conflitto. Dall'una e dall'altra parte, una folla eccitata e consenziente, impaziente di menare le mani. Ovvero, in ultima analisi, di andare a morire.

Si pensi solo che nei primissimi mesi di guerra morirono al fronte 60.000 soldati italiani. Eppure questo non incrinò affatto il sostegno ai governi in carico, almeno fino al 1917 [ovvero due/tre anni dopo l'inizio della mattanza]. Gli Europei [e gli italiani] di un secolo fa, erano forse imbecilli? Erano talmente ottusi da non capire nulla di ciò che succedeva sotto i loro occhi?

Purtroppo in parte è vero. Non capivano, o intuivano poco o nulla. Ma non erano imbecilli. Erano piuttosto così abilmente manipolati da non poter vedere la realtà. Una specie di gigantesco inganno collettivo. Un inganno rivelatosi ben presto mortale.

In tutto questo, la propaganda aveva un ruolo fondamentale. Lo scopo era duplice: da un lato demonizzare e ridicolizzare l'avversario, fonte di ogni male possibile, abbassando la soglia della sensazione di pericolo. [se il mio nemico è un pericoloso cretino, me ne sbarazzerò facilmente e mi libererò da questa potenziale insidia senza troppi rischi]. L'altro pedale della macchina propagandistica era il pregiudizio. Ovvero, noi possiamo solo vincere, perchè gli altri “da sempre” sono dalla parte sbagliata. Eticamente, culturalmente, moralmente, intellettualmente sbagliata.

Quindi, riassumendo: che ci vorrà mai a sbarazzarci di nemici stupidi, ottusi e malvagi? Sarà al massimo una passeggiata. E la giustizia trionferà.

Il meccanismo per creare il consenso è di una semplicità disarmante. Talmente banale da chiedersi come mai ha funzionato allora [e come mai sta ancora funzionando a meraviglia, ahinoi]. Ma la macchina della propaganda, per quanto efficae e abile, ha bisogno di alcune condizioni ambientali preliminari, altrimenti non può funzionare.

Perchè la trappola del consenso scatti, pensateci bene, ci vogliono infatti alcuni elementi di base meno evidenti a una lettura superficiale. Il primo ingrediente è proprio il “pregiudizio” verso lo straniero, il diverso, il potenziale nemico. I tedeschi non sono improvvisamente diventati antisemiti, a causa dell'appassionata retorica di Hitler. Era già presente un diffuso rancore contro gli ebrei, pervasivo di amplissimi settori della società. Hitler è stato un disgraziato catalizzatore di un brodo chimico già pronto da un pezzo.

E questo antisemitismo aveva una precisa funzione; garantiva, a chi vi aderisse, un processo di completa identificazione con il gruppo sociale di appartenenza, un ruolo personale appagante, la sensazione di essere compreso e non escluso dal gregge. Diciamo, banalizzandolo, che era un po' come vestirsi alla moda del momento, per non sentirsi ridicoli e fuori posto. Il contrario dell'antisemitismo, invece, era motivo di esclusione, di solitudine, assicurava disprezzo e incomprensione sociale.

La posta in gioco era [ed è tuttora] la scelta tra inclusione/gratificazione e esclusione/solitudine.

In estrema sintesi, padre di tutti i pregiudizi è il conformismo sociale. Un gigantesco ingannoplurale e collettivo.

E la madre?

La madre è inevitabilmente l'ignoranza e la vulnerabilità del singolo. Chi non conosce, chi non vuole capire, preferisce non approfondire, rinuncia a sapere e a ragionare. Perchè capire è faticoso e collide con il principio istintivo della sopravvivenza. Andare in guerra, [cento anni fa come oggi] significava andare incontro a morte quasi certa. Il concetto era chiaro allora esattamente come può esserlo chiaro ai nostri giorni. La ribellione avrebbe dovuto essere spontanea. Come risolvere allora il problema personale di questa concreta minaccia di morte? In questo caso scattava e scatta un meccanismo di inganno personale, portando a negare la realtà dei fatti, a edulcorare la realtà, a ignorare le conseguenze concrete e pratiche di scelte “ideali” e apparentemente prive di sostanza materiale.

Lo scoppio della guerra dipinto come una facile passeggiata nei campi di grano, baciati dal sole e dalla fortuna, davanti a un nemico imbelle e incapace; il conflitto armato immaginato come un breve periodo al termine del quale c'è benessere e felicità per tutti. Non ricordo un solo governo belligerante che non abbia promesso altro che una guerra rapida, breve e indolore. Inganno feroce e crudele, che impedisce al singolo di immaginare le carni tranciate dalle armi, il sangue, le viscere straziate. Quelle tue e quelle del nemico.

Anche l'antisemitismo in fondo, si basa su questa enorme equivoco. Sproloquiare, gridare, ripetere mille volte che gli ebrei sono inferiori non significa materialmente prenderne uno e ucciderlo. Almeno, non significa questo all'inizio della storia. Quando però poi si arriva al dunque, nella guerra o nei lager, è troppo tardi per tirarsi indietro.

La trappola è scattata; la verità emerge nella sua crudezza e più di qualcuno comincia a capire. Ma è troppo tardi.

In conclusione di questa lunga riflessione, mi sono chiesto quale antidoto possa esserci a questo micidiale meccanismo di consenso autodistruttivo. Credo che tutto ciò che sia l'esatto contrario del pregiudizio e del conformismo [ovvero la conoscenza e la reale libertà personale] possa funzionare da potente deterrente alla costruzione dei regimi. Di qualsiasi regime.

L'ho già detto e lo ripeto: un nuovo umanesimo che metta al centro dell'attenzione l'omnipotenzialità di ogni singola persona, la libera consapevolezza ddi ciascun individuo. Una lotta senza quartiere alla massificazione e alla globalizzazione. Una nuova fede da proporre a ciascun uomo e donna: la fede nella propria, peculiare, specifica, libertà di autodeterminarsi. La coscienza del nostro personale valore, inestimabile rispetto le presunte esigenze della collettività.

E, dalla libertà di ciascuno di noi, intesa come bene assoluto non negoziabile, partire per costruire il sogno e l'utopia di una società più giusta.

Un futuro diverso è possibile; ma passerà all'interno di ciascuno dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

rosario

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