Presente come ospite a una discussione politica, ieri sera mi è capitato di osservare con attenzione il comportamento, l'atteggiamento, la propensione delle persone presenti al dibattito [peraltro civile e piacevole nei modi e nella sostanza]. Ho colto, come mi succede spesso, una differenza sostanziale tra la mia personale posizione [del tutto isolata] e quella degli altri. Ho sottolineato più volte come alla base dell'azione politica ci dabba necessariamente essere una visione ideologica, un progetto metapolitico, una struttura di pensiero filosofico e valoriale.

Non sono stato capito. E quando dico ciò, non sottointendo nè cattiveria, nè malizia, nè disonestà intelettuale. Anzi, della buona fede dei presenti non ho alcun dubbio.

Semplicemente, non sono stato capito.  Per essere chiaro: ero l'unico a cui interessava l'argomento.

Ha ampliamente prevalso, nel corso dell'appassionato dibattito, tra i presenti, l'urgenza del fare, prima ancora del pensare. Se parlavo di visione ideologica, si ergeva immediatamente una barriera di diffidenza e di reale incomprensione. Pareva quasi che si trattasse di una bestemmia o di una mia provocazione. Il riflesso incondizionato dei friulani porta naturalmente a reagire, dando prevalenza al fare. Alla concretezza. E' un po' il solito dilemma se sia più importante un lavoro che provochi i calli alle mani o, piuttosto, una occupazione che, alla fine del giorno, sfianchi il cervello.

Io sono un ingegnere, quindi portato al lavoro intellettuale per formazione e compito; però osservo sempre con ammirazione il lavoro manuale dei bravi artigiani che incontro in cantiere. Ne sono ammirato e, per certi versi, io che con le mani non so combinar nulla di buono, sono pure un pochino invidioso di quelle abilità.

Il contrario lo osservo molto, molto raramente.

Ecco, ieri sera ho avuto la stessa sensazione. Io che ammiro la concretezza, la voglia di fare, la spinta a costruire dei miei compagni di serata. Io che osservo anche sconsolato, che "il progetto ideale" non riveste, per molti, nessun vero ruolo decisivo. La sensazione che non ci sia mai tempo er speculare sulle cose e sui fatti che ci accadono, la certezza che il pensiero metafisico sia sostanzialmente un lusso per intellettuali senza arte nè parte. Un impegno assolutamente inutile.

Come al solito, quando sono davanti a questa realtà, non riesco a concludere nulla di definitivo in proposito. Certamente, però, ci rimango male.

Sono io che non sono fatto per la Politica, o sono gli altri che non capiscono? Sono io che non so spiegarmi bene, o sono gli altri che non vogliono capire?

Resto fermamente dell'opinione che senza visione ideale, il ruolo della Politica regredisca e si confonda con quello di un buon amministratore condominiale. Che, peraltro, sarebbe già un enorme passo in avanti rispetto ai cattivi e incapaci amministratori che si sono succeduti negli ultimi decenni. Ma una piccola vocina, nel mio cuore e nella mia testa, continua a pigolare insistentemente. Senza ideali, nulla di sostanziale si riesce a fare. Tanto meno una rivoluzione. Perchè ciò che si farà, per quanto mosso dall'onestà e dlla buona volontà, non durerà a lungo.

Più o meno quanto può durare un castello di sabbia.

rosario

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