Chi segue con ammirevole [e inspiegabile] costanza i miei post, sa che molto spesso mi soffermo sui temi dell'occupazione e della periodica tragedia degli incidenti sul lavoro. Nel tempo, anche per diretta esperienza professionale, sono giunto alla conclusione che la radice ultima degli infortuni è un mix micidiale di insufficiente cultura della sicurezza, eccessiva approssimazione e, specialmente, di riduzione dei margini di redditività.

Questa ultima causa, a mio parere, è quella decisiva.

Per questo, spesso, mi sono scagliato contro l'ipocrisia delle dichiarazioni di dolore che puntualmente i rappresentanti delle Istituzioni non mancano di esternare il giorno dopo l'ennesima disgrazia. O verso spiegazioni semplicistiche, secondo le quali o è colpa del cattivo padrone, o della sbadataggine dell'infortunato. Oppure ancora verso le solenni promesse che da domani non succederà più.

Sono tutte balle. Indigeribili, grossolane, disgustose balle.

I ritmi di lavoro hanno assunto il peso di un macigno permanentemente gravante sulla testa di ciascuno di noi. Si cerca, con l'affanno dei disperati, di recuperare il denaro disperso in mille rivoli e sottratto alla redditività, lavorando sempre di più e sempre più intensamente. Sono convinto che la nostra produttività giornaliera sia elevatissima, tirata alle estreme possibilità. Perchè non c'è altro modo per sopravvivere economicamente se non lavorare il doppio o il triplo. D'altro canto, come fare diversamente con un socio occulto che porta via con sè, quotidianamente, la maggior parte dei tuoi incassi?

E', in questa fatica quotidiana, secondo me, che si cela il dramma e si manifesta, maligno, l'infortunio.

Lo so che sostengo una opinione molto difficile da accettare e altrettanto difficile da dimostrare. Lo so che nn si può generalizzare e che ogni dramma ha una storia a se. Ma sono e resto convinto che la maggior parte di questi tristi casi sia legata da un filo nascosto e continuo: la crescente miseria.

Perchè credo veramente che la corsa alla produttività per contrastare la perdita di qualsiasi redditività sia il motore principale di queste tragedie. O perlomeno della grande maggioranza. Lavorare, lavorare, lavorare.

Lavorare il sabato, lavorare la domenica, lavorare dieci ore al giorno, saltare i pasti. Tutto sacrificato per recuperare un pochino di denaro.

E chi è secondo voi, il principale responsabile di questa caduta di redditività, di questo drastico annullamento di ogni valore del lavoro? E perchè la stragrande maggioranza di questi incidenti avvengono nelle imprese private e non in quelle pubbliche? Le ditte sono strozzate, e per sopravvivere, inevitabilmente, a loro volta diventano involontarie carnefici.

E' un intero sistema generalizzato di sfruttamento dei soggetti più deboli, della loro manodopera ridotta a un valore infinitesimo, su cui rivalersi per recuperare qualche soldo, per comprimere costi, assicurarsi un minimo di redditività. Quando basterebbe solo che venisse alleggerito l'intollerabile gravame fiscale e il parassitismo economico di mille e più adempimenti amministrativi assurdi e avvilenti.

Che questa sia quasi certamente la verità, lo fanno capire oggi anche i Sindacati, sulle pagine del M.V., addebitando abbastanza esplicitamente l'origine di questi drammi alla mancata redditività delle imprese. Curiosamente [e forse ingenerosamente da parte mia] noto un'attenzione altalenante dei Sindacati su questo specifico problema [ovvero la redditività dell'imprenditore]. Ho come l'impressione che la criticità sia più evidente quando le maggioranze politiche non sono più quelle giuste.

E quindi, lavoratore lavora!

Sfiancati, corri tutti i rischi che devi, per salvare il tuo posto di lavoro, messo ogni giorno in pericolo dalla concorrenza spietata, dalla tassazione sproporzionata, dalla assoluta liberalizzazione del mercato, lasciato in balia del più furbo.

Una sorta di rivoltante imitazione del modello cinese in salsa italiana.
Che promette ricchezza a tutti, ma che assicura solo miseria. E qualche volta, pure la morte.

rosario

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