Rana Dasgupta è uno scrittore britannico di origine indiana.

Nell'ultimo numero della rivista Internazionale ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: La fine degli Stati. Ecco alcuni stralci.

...omissis... La distruzione dell’autorità dello Stato a vantaggio del capitale ha rappresentato l’obiettivo esplicito della rivoluzione finanziaria che definisce la nostra epoca. Di conseguenza, gli Stati si sono visti costretti a tagliare le garanzie sociali per reinventarsi come custodi del mercato. Questo fenomeno ha drasticamente ridimensionato l’autorità politica nazionale, a livello sia reale sia simbolico. Oggi l’ira dell’opinione pubblica si abbatte sui governi che si rifiutano di rispettare la loro antica promessa morale [welfare e sviluppo in cambio di cessione dell'autorità], ma la verità è che lo stato ormai non ha molta scelta....omissis... I governi occidentali non hanno più il controllo della vita economica del paese, e se continuano a promettere grandi cambiamenti lo fanno solo per accontentare l’opinione pubblica o per dare l’illusione di avere ancora la situazione sotto controllo....omissis.... Il sistema economico e tecnologico della globalizzazione è certamente spettacolare, ma per operare al servizio della comunità umana dev’essere subordinato a un’infrastruttura politica altrettanto formidabile, che non abbiamo ancora nemmeno cominciato a concepire....omissis..

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Sono spunti molto interessanti, che in qualche modo mi confortano e mi spingono a continuare la mia personale speculazione intellettuale alla ricerca di un nuovo modo di concepire l'autonomismo. Serve assolutamente uno sforzo straordinario per concepire una formula politica che contrasti ideologicamente e pragmaticamente la globalizzazione finanziaria. Io sto pensando da tempo alla necessità di costruire una rete di autonomie locali che consentano l'autogoverno dei territori e delle popolazioni, una specie di potere organizzato orizzontalmente, strutturato secondo la volontà dei popoli e non delle organizzazioni nazionalistiche ottocentesche, che dialoghi alla pari con il sistema di dominio verticale della finanza internazionale, oramai drammaticamente consolidato.

Una riaggregazione delle persone sulla base delle loro necessità, della loro cultura, della loro economia. Una ricomposizione necessariamente fluida e dinamica, radicalmente diversa e in contrapposizione al rigidismo statuale ottocentesco fino a oggi sopravvissuto. Fluida, plasmabile, resiliente almeno alla stessa velocità di quanto la riorganizzazione finanziaria globale ha saputo essere.

Il che ci pone davanti a un nuovo modo di pensare così rivoluzionario da sembrare impossibile semplicemente a immaginarlo.

Autonomismo come unico strumento per salvare la democrazia.

Autonomismo per scampare al nostro destino prossimo futuro di riduzione allo stato di servitù della gleba.

Per questo credo che il neoautonomismo debba considerare un nuovo modo di includere le genti, evitando il pericolo di derivare verso il micronazionalismo. Non si può curare la malattia degenerativa degli Stati nazionali percorrendo in minuscolo il loro stesso errore. E' attraverso la strenua difesa della libertà personale e della conoscenza, della cultura e della consapevolezza individuale che il movimento neoautonomista può perseguire la costruzione di una nuova e diversa identità politica e sociale.

Una società di uomini liberi diventerà una società autonomistica.

Perchè saprà riconoscere [individualmente e collettivamente] le insidie alla propria autodeterminazione.

rosario

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